Lunga chiacchierata con il Dott. Lido Riba, Presidente Regionale dell’UNCEM – Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani.
La conversazione con il Dott. Riba è stata come una lezione di vita, ci ha raccontato le origini delle comunità montane, le loro difficoltà, i cambiamenti nel tempo e le polemiche attuali che condizionano la ridefinizione di questo territorio.
La storia delle comunità montane risale ai tempi della Carta di Chivasso, quel documento firmato il 19 dicembre 1943 dai rappresentanti delle comunità occitane e valdostane, per i diritti delle popolazioni alpine. Questa importante carta afferma le identità locali, il federalismo e il sostegno dei valori locali, linguistici e culturali delle comunità montane e rappresenta il primo passo per la definizione dell’Art. 44 della Costituzione, che riconosce l’importanza delle aree montane del nostro paese. C’è voluto del tempo per poter promuovere l’attuazione di quanto contemplato dall’Art. 44 della Costituzione. Infatti è del 3 dicembre 1971 la Legge 1102 che definisce la organizzazione e lo sviluppo della montagna, favorendo la partecipazione delle popolazioni attraverso la costituzione delle comunità montane.
Le comunità montane sono quindi unioni di comuni, enti locali montani e parzialmente montani, anche di province diverse, con il compito di valorizzazione di se stesse per l’esercizio di funzioni proprie o conferite e per l’esercizio associato delle funzioni comunali.
L’idea iniziale era costituire una forma organizzativa dove i singoli comuni unissero le proprie forze per promuovere la rappresentanza e lo sviluppo del territorio della comunità nella sua interezza. Con il passare degli anni, secondo il Dott. Riba, si sono rivelati alcuni elementi di fragilità, che hanno richiesto un maggior impegno e continuano ad essere un elemento critico nel lavoro che viene patto per portare avanti gli obiettivi condivisi dalle comunità montane.
Una di queste fragilità consiste nella grande difficoltà di mantenere una rappresentanza unitaria del territorio. Molte volte le comunità montane sono apparse come la somma dei comuni e non come la unione sinergica degli stessi.
Un’altra fragilità, la più grave, nata in seno alla costituzione delle comunità montane, era l’idea che la montagna fosse un luogo afflitto da un handicap geografico permanente, dovuto al fatto che le caratteristiche geologiche e altimetriche non consentivano di essere competitiva dal punto di vista economico. Di conseguenza queste popolazioni dovevano usufruire di un’integrazione economica per raggiungere l’equivalenza in termini di reddito. “La rassegnata idea di subalternità e di esistenza di un differenziale di potenzialità produttive per un territorio è un’idea deprimente”. Queste fragilità hanno portato le comunità montane ad essere sostenute in termini di servizi alla persona, quali ad esempio i trasporti per gli alunni e per gli anziani, il recupero architettonico. Le comunità montane si sono trasformate pertanto in associazioni aventi lo scopo di gestire servizi, perdendo di vista la visione integrale e la potenzialità del territorio.
Pur se importanti, questi servizi sono elementi secondari per un vero e proprio sviluppo di una comunità.
Il dott. Riba propone uno sguardo nuovo verso la montagna. La montagna come grande riserva di materie prime rinnovabili, tra le quali l’acqua, che, ad esempio, sfruttando la forza di gravità, forza intrinseca del territorio montano, può fornire energia elettrica. La montagna, oltre ad essere un serbatoio di acqua, è una riserva di legno, di possibilità di energie alternative, quali il solare, l’eolico, di potenzialità culturali, umane, ludiche ed è una meravigliosa meta turistica.
Con questa correzione di rotta le comunità montane scommettono sul presente e sul futuro della montagna.
A presto
Maria Helena Granada Castano

